7) NON SI POTREBBE SEMPLICEMENTE TENTARE DI RISANARE ATAC?
Il fallimento di Atac è nei numeri: 1,3 miliardi di euro di debito, ogni anno ulteriore deficit di oltre i 100 milioni, incapacità di erogare il 100% del servizio che le è richiesto dal contratto di servizio del Comune. Questo significa indisponibilità di risorse non solo per i necessari investimenti in nuovi mezzi e in innovazione tecnologica, ma ormai anche per l’ordinaria manutenzione, come è tristemente evidente dall’alto numero degli autobus che si incendiano durante le corse.
Il concordato preventivo è una sorta di fallimento soft, in cui si dichiara l’impossibilità di pagare i creditori. Se anche la procedura dovesse avere successo, ipotesi remota alle attuali condizioni, Atac dovrebbe impiegare una parte dei suoi utili futuri (ammesso che ce ne siano, perché l’azienda è sempre in perdita) per ripagare una parte dei crediti maturati in questi anni. Cioè l’azienda sarebbe formalmente salva per qualche altro anno, ma comunque non avrebbe risorse da investire.
Atac è sommersa di un debito immenso, incapace di produrre un servizio almeno decente, piena di opacità e sprechi, che ha smarrito la capacità di gestire i processi industriali e non può verosimilmente essere risanata. C’è solo una possibilità di salvare un’azienda così grande e indebitata, per un Comune che pure versa in difficoltà finanziarie: venderla. E sarà l’unica opzione in campo quando l’emergenza avrà raggiunto i livelli di guardia e non ci sarà più tempo per preparare delle gare. Per paradosso, il mantra del “conservare la proprietà pubblica”, slogan che poi si traduce nelle dinamiche che abbiamo visto, spiana la strada proprio alla privatizzazione.